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Le Famiglie Nobili

LE NOBILI FAMIGLIE DEL RIONE CATTEDRALE

 

ALFIERI  

Guala Alfieri fu console del comune nel 1176. Dopo di lui, ogni generazione della famiglia ebbe almeno un personaggio di spicco: Guglielmo Alfieri fu presente nella vita pubblica astigiana in qualità di credendario, sapiente e ambasciatore dal 1221 al 1252. Il cronista Ventura attribuisce a lui e al socio Pietro Lorenzi il merito d'aver sventato il tentativo compiuto dal marchese Pallavicino di appropriarsi della signoria di Asti, nel 1250. Due anni dopo Guglielmo Alfieri ricopriva la prestigiosa carica di rettore della società dei Militi. Anche il figlio Enrico si distinse per abilità politica: intrapresi gli studi giuridici, nel 1263 risultava podestà di Chieri. Negli anni seguenti, indicato con il titolo onorifico di dominus, intervenne spesso come procuratore del comune o come testimone in atti pubblici di grande importanza, fino alla sua morte, avvenuta negli anni Novanta del Duecento. Ancor più noto fu il cugino di Guglielmo, Ogerio Alfieri, ripetutamente credendario e sapiente dal 1274, incaricato dell'archivio comunale nel 1293 e redattore di una famosa Cronica, terminata poco prima della morte (e. 1294). Si ricorda, infine, Bertramino Alfieri, uno dei quattordici savi che approvarono lo statuto della risorta società dei Militi nel 1339.

II raggio d'azione delle attività economiche di questa famiglia fu molto vasto. Dagli anni Quaranta del Duecento, gli Alfieri operarono in Borgogna dove si dedicarono al commercio, ma soprattutto alle attività creditizie, senza per questo tralasciare gli interessi in Italia. Diversi membri della famiglia, infatti, operavano esclusivamente nel territorio astigiano, annoverando tra la clientela anche il Capitolo della cattedrale di Asti e numerose comunità del contado. Gli Alfieri ebbero casane in Savoia e a Friburgo: l'esperienza maturata in questi luoghi permise a Martino Alfieri di essere nominato tesoriere del conte Amedeo V di Savoia, nel 1300. Per tutto il XIV secolo, gli Alfieri furono presenti nelle principali località dei Paesi Bassi, in particolare a Bruxelles e a Lovanio. In quest’ ultima città essi erano ancora attivi alla metà del Quattrocento.

Nel 1213 Ogerio Alfieri e i suoi fratelli furono investiti dal comune di una parte di Mombercelli. Nel 1277 la famiglia fu obbligata a vendere le sue quote di Mombercelli ad Asti e rimase in possesso di alcuni beni allodiali siti all'interno e all'esterno del castello. Successivamente (1314), Martino Alfieri si riappropriò con la forza dell'intera fortezza, causando la reazione di Asti che la incendiò e distrusse. Nel 1329 gli Alfieri vendettero Mombercelli agli Scarampi. Gli Alfieri furono anche signori di Magliano, avendo acquistato il castello tra il 1240 e il 1242 ed essendone stati investiti dal vescovo.

 

ASINARI  

La prima attestazione di un Asinari è quella di Razone, console del comune nel 1197. La partecipazione politica degli Asinari fu da allora continua ed essi occuparono i maggiori uffici comunali e le cariche di governo più prestigiose. Tra le figure di maggior rilievo spicca Raimondo Asinari, presente nella documentazione pubblica astigiana fin dal 1246. Acceso ghibellino, egli partecipò alle lotte civili del 1271 fu poi podestà di Chien nel 1273 e più volte credendario, fino al 1278. Ghibellino altrettanto convinto fu Folco Asinari, il quale alternò la carriera podestarile (Mondovì 1284, Genova 1296) a quella di consigliere comunale e sapiente. Quando la sua parte venne cacciata da Asti, nel 1304, Folco fu nominato sindaco degli estrinseci e loro rappresentante.

Negli stessi anni si segnalano anche Tommaso, più volte credendano, e Oberto, incaricato dal comune di definire i confini del possesso di Castell'Alfero tra Asti e il marchese di Monferrato. Emerge inoltre la figura di Tolomeo Asinari, più volte consigliere tra il 1275 e il 1297. Egli fu membro del collegio dei giudici di Asti (1282) e inclitus legis professor, uomo di studio più che d'azione. Coinvolto con il resto della sua famiglia nelle lotte civili, in esilio si dedicò al commento del De consolatione philosophie di Boezio, terminato prima del 1307, quando il manoscritto, inedito e conservato a Vienna, fu miniato da Filippo di Altavilla.

Gli Asinari furono attivi nel commercio a Genova e ad Asti dalla fine del XII secolo, ma soprattutto le vaste e importanti operazioni finanziarie compiute all'estero dalla fine del Duecento alla metà del Quattrocento posero gli Asinari tra gli uomini d'affari più capaci del loro tempo. Il ramo poi detto di San Marzano si orientò prevalentemente in Borgogna, dove dalla fine del Duecento possedeva numerosi banchi di pegno e godeva di diritti sulle raffinerie di sale di Salins. Il ramo degli Asinari di Camerano, invece, scelse come area di azione dapprima i Paesi Bassi (Utrecht, 1260), poi l'attuale Svizzera (a Friburgo dal 1295), dove furono spesso associati agli astigiani Toma e, dall'inizio del Trecento, anchela Germaniarenana (Siegburg, Oberwesel, St. Goar). I prestiti concessi all'arcivescovo di Colonia, misero gli Asinari in possesso delle gabelle di Colonia, Bonn e Andernach. Il casato seppe creare una fitta rete di interessi commerciali che lo legava ad altre numerose famiglie astigiane all'estero e che si rafforzò al tempo del massiccio esilio ghibellino, dopo il 1312.

Verso la metà del XIII secolo, gli Asinari si distinsero in tre rami. Uno, originato da Raimondo, ottenne la signoria di Dusino nel 1254 per infeudazione del vicario imperiale Manfredi Lancia. Un altro ramo, avente come capostipite Tommaso, assunse il predicato di Camerario, dal feudo acquistato in parte nel 1210 e trasmesso esclusivamente per via maschile a partire dal 1295. Il fratello di Tommaso, Corrado, tesoriere di Savoia, nel 1275 ottenne dai conti di Savoia l'investitura di 1/4 del castello di Virle. Nel 1313 il ramo di Camerano, con Enrico e Aimonetto, acquistò castello e diritti signorili a Casasco, per metà dai signori omonimi e per metà da Brando Pelletta. Un terzo ramo del casato, detto successivamente di San Marzano, si originò da Bonomo, il quale nel 1300 acquistò il castello di Vesime da Albertino del Carretto, ottenendone l'investitura da Amedeo di Savoia nel 1313. I successori di Bonomo, Alessandro e Bonifacio Asinari, nel 1323 furono investiti di Montechiaro da Giacomo del Carretto; il feudo venne confermato alla famiglia nel 1382, da parte di Teodoro II di Monferrato. Nel 1339 il conte di Ginevra investì Daniele Asinari di Villar Chabod, per via dell'attività feneratizia prestata dalla famiglia in quella zona. I diritti furono alienati dai discendenti Antonio e Opizzino, nel 1453. Nel 1341 il comune d'Asti vendette castello, luogo e pertinenze di Costigliole a Giorgio, Bonifacio, Pietrino e Antonio Asinari, facendone seguire l'investitura. Nel 1382 Amedeo VI di Savoia investì Antonio Asinari di Balangero, mentre il marchese Teodoro di Monferrato gli concedeva Cartosio, Mondonio, Lu e San Giorgio, nell'alessandrino, una parte di Montabone e 4/20 di Monale. Nello stesso anno Antonio Asinari ottenne dal comune di Asti l'investitura per Canelli, Moasca e Mombaldone, mentre si fece confermare San Marzano da Galeazzo Visconti. Ancora nel 1382, Gian Galeazzo Visconti investì Emanuele Asinari del castello di Monale. Nel 1416 Corrado Asinari fu investito di metà di Banna nei pressi di Poirino.

 

CATENA  

Tra i primi Catena attivi nella vita pubblica astigiana spicca Guglielmo, ambasciatore presso il marchese di Monferrato nel 1194 e credendario nel 1197, nel 1200 e nel 1201. Nel corso del Duecento la famiglia fu presente nella politica cittadina con pochi personaggi, ma in maniera continuativa. Si ricorda inoltre che i primi scontri civili, nel 1271, furono determinati da uno scontro politico, nel quale Robaldo Catena passò dalle parole alle armi, ferendo di spada l'avversario Bonifacio Solaro. I Catena furono particolarmeme legati all'ambiente ecclesiastico: diversi membri furono tra i canonici del Capitolo e Oberto Catena fu eletto vescovo d'Asti nel 1237, operando un tentativo di ripristino del potere episcopale sui vassalli del contado, attraverso il rinnovo dei giuramenti di fedeltà e delle investiture.

Rimasti estranei ai circuiti economici frequentati dagli uomini d'affari astigiani, i Catena esercitarono soprattutto i diritti signorili per tutto il corso del XIII secolo e per buona parte di quello suecessivo. Ciò non significa che rinunciarono completamente a prestare a interesse: il marchese di Monferrato, all'inizio del Duecento, diede loro in pegno il castello di Lu. Tuttavia, il prestito su pegno non appare quale attività economica principale fino al Trecento inoltrato. Nel 1388, infatti, i Catena comparvero associati ai Broglio nella casana savoiarda di Rossillon. È questo il segnale di un recente coinvolgimento in operazioni per loro inconsuete, ma estremamente redditizie, forse determinate da nuovi rapporti parentali.

Prima del 1212, un Rolando Catena ebbe in feudo dal marchese di Monferrato beni a Mombercelli, successivamente divenuti allodiali; Roberto Catena, invece, negli stessi anni ebbe in pegno dal marchese il castello di Lu. La famiglia deteneva anche quote del castello di Malamorte (ora Belveglio), vendute al comune nel 1254. I Catena furono anche vassalli episcopali a Corsione e nel 1266 ebbero una causa con il vescovo per aver iniziato opere di fortificazione senza il suo consenso, commettendo abuso. Perso il castello di Corsione a favore prima dei De Castello, poi dei Pelletta , lo riebbero infeudato solo nel 1426. Il comune di Asti investì Corrado Catena di metà di Corticelle nel 1282; sei anni dopo Corrado, Carando e Galvagno Catena, insieme ad altri parenti e consorti ottennero l'investitura per Mombercelli, ma già nel 1290 furono costretti a vendere le loro quote al comune, nell'ambito di una politica antimagnatizia condotta dal governo astigiano. L'ostilità verso il guelfismo di Asti portò i Catena a legarsi ai marchesi di Monferrato: nel 1322 Teodoro di Monferrato investì Manfredo Catena di diritti e beni a Solonghello. Nel 1356 il marchese Giovanni donò e infeudò Rocchetta Palafea a Matteo Catena e ai suoi fratelli.

 

DELLA ROVERE  

La storia dei Della Rovere è complessa. La famiglia appare all'inizio del Duecento a Torino, dove svolgeva attività usurarie e mercantili. Il matrimonio tra Muzio Asinari e Margherita della Rovere, nel 1279, mostra l'esistenza di rapporti economici e parentali tra la famiglia astigiana e quella torinese. Tuttavia, tra quella data e l'ultimo quarto del XV secolo, non vi sono altre attestazioni dei Della Rovere ad Asti. Nel frattempo, nel corso del Quattrocento, i Della Rovere torinesi avevano conseguito la signoria di Vinovo, iniziando la costruzione di un nuovo castello. L'ascesa sociale del casato in seno alla nobiltà piemontese avvenne tramite le acquisizioni di cariche ecclesiastiche estremamente prestigiose e il conseguimento di carriere diplomatiche, burocratiche e finanaziarie presso la corte dei Savoia. A complicare le cose fu l'elezione al soglio pontificio di Sisto IV al secolo Francesco della Rovere, il quale non apparteneva al casato, bensì a un'omonima modesta famiglia di Savona. Tuttavia, tra le due famiglie, entrambe frequentanti gli alti ambienti ecclesiastici, nacquero intensi legami e protezione reciproca, tanto da confonderle. Lo stemma trovato ad Asti fa riferimento a questa seconda fase della stona del casato, in concomitanza con la nomina di Giovanni della Rovere a canonico della cattedrale (1473) e con l'acquisizione da parte della famiglia del castello di Cisterna, nel 1473. Erano basate principalmente sull'esercizio di diritti signorili e sulle carriere ecclesiastiche e di corte.

II castello di Vinovo e la sua giurisdizione appaiono nelle mani dei Della Rovere di Vinovo verso la metà del Quattrocento. Nel 1473, invece, papa Sisto IV confiscò metà del feudo di Cisterna, metà di Cortanze e Cortazzone ai Pelletta - colpevoli d'omicidio ai danni di un parente - investendone il proprio nipote Antonio della Rovere, il quale tre anni dopo acquistò dai Pelletta l'altra metà di Cisterna.

 

DE REGIBUS  

Primo personaggio della famiglia ad apparire con una carica pubblica fu Eustachio de Regibus, funzionario incaricato di ricevere il giuramenti al comune nel 1135. Per molti decenni non vi sono altre tracce di attività politica della famiglia, fino alla figura di Rolando, credendario tra il 1207 e il 1223. Verso la fine del XIII secolo emergono altri due personaggi: Giacomo, rettore della società dei Militi (1281), e soprattutto Uberto de Regibus, credendario e sapiente. Egli fu preso prigioniero dal marchese Albertino della Rocchetta in rappresaglia ad Asti nel 1290. Tornato libero fu presto eletto sapiente (1291). Nel 1309 Uberto prese parte al consiglio minore della città, dove risultava tra i sei rappresentanti delle famigliede hospitìo. In tarda età moderna, la famiglia italianizzò il nome in «Rè».

I Regibus furono presenti come lombardi a Metz, in Lorena, verso il 1280, associati dei De Montanero. Allo stato attuale delle ricerche non risulta che la famiglia fosse particolarmente attiva all'estero. Piuttosto, sembrerebbe che -almeno a cavaliere tra XIII e XIV secolo- i Regibus fossero orientali a esercitare l'usura su territorio piemontese, concedendo mutui a singoli e comunità.

Nella dote di Valemina Visconti (1387) si ha per la prima e unica volta notizia del possesso da parte dei Regibus di una parte di Solbrito, in seguito attribuita alla famiglia Ricci. Notizie più precise sui beni feudali in mano alla famiglia risalgono al XV secolo: nel 1437 Sifrone de Regibus acquistò il feudo di Quattordio da Pietrino Turco. Dieci anni dopo lo vendette al genovese Isnardo Guarco. Nel 1440 Sifrone fu investito di Solerò da Filippo Maria duca di Milano. Nel 1454 ricevette in dote dalla moglie Battistina Malaspina il feudo di Prasco.

 

LAIOLO 

All'inizio del Duecento il personaggio di maggior spicco della famiglia fu Raimondo Laiolo, console nel 1197 e più volte credendario fino al 1206. Nel 1281 Cambio Ottolino Laiolo fu rettore della società dei Militi, mentre contemporaneamente un suo cugino, Albasio, risultava rettore delle Quattro società (di Popolo).

Il principale cespite economico della famiglia era costituito dal prestito su pegno: nel 1254 Giacomo Laiolo mutuò 200 lire al comune di Asti ottenendone in cambio i redditi su Musanza, località del contado. Dagli anni Sessanta del Duecento i Laiolo agirono nei Paesi Bassi, dapprima come commercianti di lana e stoffe e poi, sempre più apertamente, come usurai e cambiatori. Essi ebbero banchi a Tournai, Bouvignes, Courtrai e Crammont, spesso in società con i Roero. A cavaliere tra XIII e XIV secolo i Laiolo si stanziarono in Savoia, a Conthey e Chillon. A Yenne furono presenti per tutto il Trecento. In area elvetica, invece, i Laiolo parteciparono di un'importante società costituita con i Voglietti e i Guttuari a Lucerna. Gli accordi stabiliti tra Lucerna e i Laiolo prevedevano che i lombardi pagassero una parte delle fortificazioni cittadine, oltre a un censo annuo. La potenza economica dei Laiolo dovette avere anche una forte influenza politica: solo così si giustifica il diretto intervento diplomatico della municipalità di Lucerna in occasione dell'imprigionamento di Galvano Laiolo a Basilea, avvenuto in seguito a una lite con mercanti di quella città. D'altro canto Galvano era detto dominus, appellativo onorifico, prestava con continuità agli Asburgo, ne mancò di munificenza al momento di morire, quando elargì una cospicua donazione al duomo di Lucerna (1308).

I Laiolo, consignori di Casasco e di una quota di Soglio, acquistarono una parte di San Michele d'Asti e di San Paolo dalla famiglia Isnardi, facendone omaggio al duca d'Orléans nel 1387. Pochi anni prima Libertino Laiolo condivideva la signoria di Montata Tanagri (attuale Motta, presso Isola d'Asti) con i Gardino.

 

MALABAYLA 

I Malabaila fecero il loro ingresso in politica nell'ultimo quarto del Duecento. In questo periodo, le figure di maggior rilievo furono quelle di Abellone, sapiente nel 1304, e di Giacomo, più volte eredendario e sapiens tra il 1279 e il 1311, nonché ufficiale del catasto nel 1306 e massaro (collettore dei redditi del comune) dal 1309 al 1312. Nella seconda metà del Trecento si distinse Pietro Malabaila; sostenitore del partito visconteo, intraprese una carriera politica culminante nella podestaria di Bra (1356). Nel Trecento i Malabaila diedero ad Asti due vescovi: Baldracco (1338-1355) e Giovanni (1355-1377). La famiglia godette di un'ulteriore fase di potenza sotto la dominazione orléanese, nella seconda metà del XV secolo, con il miles Alessandro, membro del Consiglio segreto ducale e protagonista di una carriera culminante nella designazione a vicegovernatore di Asti nel 1502.

Dalla fine del XIII secolo la famiglia prestava denaro in Savoia, nella Eresse e lungo il percorso che conduceva alle fiere di Chàlon-sur-Saóne (Borgogna). Nel 1312 le loro casane furono sequestrate da Amedeo V, avverso alla dedizione compiuta da Asti a Roberto d'Angiò. Pagato il riscatto, i Malabaila continuarono l'attività per tutto il XIV secolo. Dall'inizio del Trecento la famiglia si divide in due rami: quello poi detto di Valgorrera e Cantarana gestì le casane savoiarde, un banco di pegno a Cuisery, in Borgogna, e le gabelle di St. Lattier e di St. Marcellin nel Delfinato. I fratelli Giacomo, Antonio e 
Guidetto, del ramo di Castellinaldo, invece, nel 1342 divennero banchieri della curia papale ad Avignone. L'incarico, troppo impegnativo, li portò al fallimento vent'anni dopo, non senza aver loro procurato enormi guadagni. La famiglia esercitò il prestito su pegno anche sul territorio astigiano.

Nel 1299 Abellone Malabaila acquistò il castello di Valgorrera dai Pelletta. Nel 1381 Berardone Malabaila ne fece consegnamento a Gian Galeazzo Visconti e nel 1384 ottenne l'investitura di Amedeo VII di Savoia. Il medesimo ramo deteneva anche la località di Cantarana e il suo castello, fatto edificare dagli stessi Malabaila e consegnato al Visconti nel 1381. Al ramo «dei banchieri» appartenne invece Francescotto Malabaila, il quale nel 1321 -da pochi mesi signore di Pocapaglia- ricevette l'investitura del comune di Asti per una parte di Castellinaldo. Nel 1351 egli riuscì ad acquistare altre porzioni di Castellinaldo, in parte dagli omonimi signori, in parte dai Vezza. Nel 1341 i suoi figli vennero investiti dal vescovo di Asti del castello e della località di Monticello, in seguito (1376) loro sottratta dai Roero. I figli di Francescotto acquistarono anche metà del castello e del feudo di Piobesi da Giorgio de Brayda, nel 1349.

 

NATTA

Oberto Natta fu console di Asti nel 1190, ma le testimonianze riguardo incarichi politici di esponenti della famiglia scompaiono per tutto il XIII secolo. In quel torno di tempo, la famiglia è attestata ad Alessandria. Solo nel 1339 il casato ricompare nella vita pubblica astigiana con Giacomo, nominato tra i credendari in quell'anno. Da allora i Natta si distinsero soprattutto per le cariche di ambasciatore assunte presso il marchese di Monferrato, del quale furono sostenitori. Secondino Natta, legum doctor, dopo aver collaborato con il Monferrato, del quale fu ambasciatore, divenne acceso sostenitore della dominazione orléanese: nel 1448 fu oratore ufficiale nel corso di un'ambasciata a Milano e in seguito fece parte del Consiglio segreto ducale, organo supremo di governo fra i rappresentanti della parte popolare.

Guglielmo Natta risultava signore di Tonco alla fine del Duecento. Un suo discendente, Enrietto Nattade Ast, signore di Castelnuovo, fu infeudato di Tonco dal marchese di Monferrato nel 1435. Sedici anni dopo lo stesso Enrietto ottenne dal marchese l'infeudazione di Baldesco e Fubine e, più tardi, di Muerisengo. Un altro ramo della famiglia, rappresentato da Secondino Natta, nel 1438 ricevette dal marchese di Monferrato l'infeudazione per Isola d'Asti.

 


PELLETTA 

Presenti con sporadicità nella vita pubblica della prima metà del Duecento (come credendari), i Pelletta intensificarono la loro presenza politica nel cinquantennio successivo, in particolare dall'ultimo quarto del Duecento. Essi si affermarono anche tramite la società di San Secondo, della quale i Pelletta furono rettori con Girbaudo nel 1279, con Manfredo nel 1281 e con Giorgio nel1282. Inseguito spiccano le figure di Daniele, sapiente che contribuì alla redazione dei capitoli statutari della risorta società dei Militi nel 1339, e di Grenone, ambasciatore d'Asti presso Luchino Visconti nel 1342.

Presenti a Nesle (attuale Piccardia) prima del 1258, i Pelletta svolsero l'attività feneratizia con continuità per oltre due secoli, operando capillarmente in Savoia, Valle d'Aosta e attuale Svizzera. Essi gestirono banchi di pegno anche in Francia (Livron), in Germania (Colonia) e nelle Fiandre (Courtrai e Grammont). In seguito al matrimonio (1280) tra Galvano Pelletta e Damisina Bergognini, tra le due famiglie si avviò un'unione societaria che durò oltre un secolo. Dalla metà del Trecento i Pelletta agirono anche a Lovanio e, in modo più esteso, nei Paesi Bassi. Il ramo dei signori di Cortazzone si dedicò prevalentemente al prestito del denaro in patria, pur non trascurando gli affari in Francia. In particolare, Bonifacio Pelletta e i suoi figli mutuarono denaro agli abitanti di Canale, contribuendo in questo modo ad allargare i propri possessi fondiari in quella zona. Essi prestarono con assiduita al clero delle campagne e ai canonici della cattedrale ottenendone in pegno i proventi delle prebende.

Nel 1221 Bonanato Pelletta e suo nipote Rolando acquistarono metà del castello di Settime. Un altro ramo della famiglia, nel 1228, comprò metà del castello, dei beni fondiari e dei diritti signorili a Cortazzone. Verso il 1277 i Pelletta succedettero ai domini di Frinco nella signoria dell'omonimo castello. A quel tempo risale anche l'acquisizione di diritti signorili a Cortanze. Nel 1293 Bonifacio Pelletta venne investito di Cortazzone dal vescovo di Pavia e nove anni dopo acquistò dai Montiglio l'altra metà del castello e dei diritti annessi. Questo ramo, nel 1314, acquistò ancora dai Montiglio il castello e il luogo di Cortandone. Nel 1243 Baiamondo e Raimondo Pelletta entrarono in possesso del castello di Vignale dato loro in pegno dal marchese di Monferrato, e nel 1291 i loro discendenti dovettero vendere le proprie quote al comune di Asti. Dal 1275 il ramo di Oberto Pelletta andò incrementando il patrimonio fondiario nella zona di Costigliole e Poirino, acquisendo il castello di Valgorrera (venduto ai Malabaila nel 1299) e quello di Torre Valgorrera; nel 1324 Brando e Giacomino Pelletta acquisirono Valfenera dai Cavazzone, in restituzione di un debito. Nel 1391 Berardone Malabaila vendette 1/5 di Valgorrera a Cortesone Pelletta, signore di Cossombrato, il quale ne fu investito dal conte di Savoia. I Pelletta entrarono anche in possesso del castello di Frinco, nel 1277. Un altro ramo acquisì il castello di Cossombrato, rifugio di Enrico Pelletta durante le lotte civili, distrutto usque ad fundum da Asti nel1305 in rappresaglia al suo detentore e ricostruito dalla famiglia poco dopo. Nel 1329 il vescovo di Asti investì di Cortanze e Corsione Rigaudone Pelletta e i suoi fratelli; nello stesso anno il comune di Asti diede loro l'investitura di Soglio. Un quarto di Cellarengo venne infeudato dal vescovo astigiano a Tissone Pelletta, nel 1347. Per via di matrimonio con i Roero, nel 1349 i fratelli Benentone e Domenico Pelletta entrarono in possesso di Castagnito, Monteu Roero e Santo Stefano Roero; nello stesso anno essi furono investiti dal vescovo Baldracco Malabaila di una parte di Govone.

 

SOLARO 

I Solaro presero parte alla vita pubblica astigiana dalla fine del XII secolo, ricoprendo - nell'arco di diverse generazioni - ogni sorta di incarico comunale. Si distinse Manfredo Solaro, credendano nel 1190 e nel 1200 e successivamente console (1202 e 1206). In seguito, Bernardo Solaro fu chiavare (ossia tesoriere) del comune nel 1217: era uso, allora, che gli amministratori del comune attingessero al proprio capitale in caso di necessità per le finanze comunali. Bernardo, ad esempio, in un'occasione anticipò all'erano ben 300 lire. In seguito egli fu spesso sindaco e rappresentante di Asti, attivo fino al 1257 circa, quando insieme al figlio Palmerio, prese in consegna da Asti il castello di Corzano. Spicca anche Raimondo Solaro, più volte credendario tra il 1217 e il 1252. Nel 1224 Raimondo fu nominato console e durante il suo mandato si occupò della costruzione della strada che collegava Asti al porto commerciale di Savona. Nello stesso arco cronologico si distinsero anche Mascaro (iudex), Daniele, Giovanni e Capra Solaro. Essi ricoprirono diversi incarichi comunali di responsabilità, tra cui quello di estimatore; Capra Solaro fu inoltre rettore della società dei Militi nel 1252. Nel corso degli anni Ottanta del Duecento, i Solaro acquisirono ulteriore influenza sulle decisioni comunali, partecipando in gran numero alle sedute consigliari e occupando cariche al vertice (sapienti, ambasciatori, rettori di società). In particolare, il loro operato fu decisivo per concludere la pace tra Asti e Carlo d'Angiò, grazie all'intervento di Duniotto nel 1276 e soprattutto a quello delsapiens Bonifacio Solaro nel 1283. Da allora, la scelta di collegarsi politicamente al Popolo decretò il suecesso dei Solaro e del loro hospitium (formato anche dalle famiglie Cazo e Mignano). Nel 1296 Sinibaldo Solaro fu nominato podestà di Alba. Negli stessi anni, altri membri della famiglia furono podestà o capitani di Popolo a Mondovì (Berardo: 1282, 1292 e 1302; Giacomo: 1288 e 1298). La carriera podestarile fu percorsa da diversi Solaro, fino a Benentino, podestà di Castelnuovo di Rivalba nel 1377. La famiglia Solaro si pose, a cavaliere tra XIII e XIV secolo, come epigono dei ghibellini De Castello (Guttuari, Isnardi e Turco) nelle lotte politiche cittadine. Spicca in particolare Bonifacio Solaro, fautore degli scontri del 1271, il quale fu spesso credendario, sapiente nel 1282, e più volte ambasciatore, sindaco e procuratore del comune di Asti, fin verso il 1310. Dopo la dedizione a Roberto d'Angiò, Bartolomeo Solaro fu nominato luogotenente del vicario regio in Asti (1317). Dalla metà del secolo, tornati i ghibellini e impostosi il regime visconteo, le presenze politiche dei Solaro diminuirono notevolmente e la famiglia preferì dedicarsi all'esercizio dei diritti signorili nei numerosi castelli di loro proprietà nel contado.

Presenti a Genova almeno fin dalla metà del XII secolo come mercanti, i Solaro possedevano beni fondiari nella vicina Sestri. Verso la metà del Duecento il ramo detto di Govone aveva ancora forti interessi commerciali a Genova. Già da allora l'attività più remunerativa per i Solaro consisteva nel prestito: tra i loro clienti spicca il vescovo astigiano. Nel corso del secolo successivo essi esercitarono l'usura sia sulle piazze oltralpe, sia in patria. Per quanto riguarda l'estero, essi sono attestati nella Francia del nord, a Douai, nel 1247. Circa un ventennio dopo, i Solaro ebbero un banco di pegno a Tournai (Fiandra). Tuttavia, allo scoppio delle guerre civili, la presenza capillare di astigiani ghibellini rese insicura la permanenza dei Solaro nel nord Europa. Essi preferirono ritirarsi in Savoia, dove erano presenti dal 1252 (a St. Georges d'Esperanches) e dove gestirono una grande quantità di banchi di pegno, fino al xiv secolo inoltrato. Tra i loro clienti annoverarono casa Savoia, in particolare dagli anni Trenta del Trecento. Verso la metà del secolo essi ebbero casane nella Franca Contea e in Borgogna, a Baume-les-Dames. Per quanto riguarda il versante italiano, i Solaro mutuarono regolarmente denaro a singoli e comunità del contado astigiano e dal 1300 Leonardo Solaro ebbe il monopolio della casana di Torino per concessione di Filippo d'Acaia.

II cronista novarese Pietro Azano (XV secolo), nell'accennare alla potenza dei Solaro, scrisse che essi erano signori di ventiquattro castelli. In effetti, il casato esercitò diritti signorili in numerose località del contado astigiano. I Solaro acquistarono beni fondiari e diritti signorili a Cortazzone e Cortandone alla fine del XII secolo, rivendendoli a un ramo dei Pelletta e ai di Montiglio nel 1228. Berardo e Rolando Solaro acquistarono, nel 1231, il castello di Tigliole. Il castello di Govone, invece, venne infeudato dal vescovo di Asti Uberto, ai fratelli Mascaro, Enrico, Guglielmo, Rolando, Capra e Pancia, figli di Giacomo Solaro. Nel 1275 la politica filoghibellina del comune di Asti colpì gli interessi dei Solaro, obbli. gandoli a rinunciare alla parte di castello, villa, giurisdizione e diritti signorili che essi detenevano a Revello. Nel 1280 essi risultavano titolari del castello di Casteinuovo, recentemente acquistato dai decaduti signori di Gorzano. Nel 1330 i fratelli Arnaldo e Domenico Solaro ottennero dal principe d'Acaia la restituzione e l'in. vestitura di Cavallermaggiore. Tre anni dopo i Solaro furono investiti da Filippo d'Acaia di Agliano, e metà di Felizzano e San Marzano. Nel 1344, Giovanni Solaro ebbe in pegno da Giacomo d'Acaia il castello e i luogo di Bagnolo. Allo stesso modo Michele Solaro ebbe da allora il castello di Monasterolo, quello di Villafranca e quello di Moretta. Nel 1389 ventun membri della famiglia aderirono agli Orléans per il luogo di Tigliole, loro infeudato dal vescovo di Pavia.

 

TURCO 

I Turco non ebbero peso rilevante nella vita politica cittadina, se non dal momento in cui si unirono inhospitium (De Castello) con gli Isnardi e i Guttuari. Anche da allora, tuttavia, i Turco non appaiono quasi mai negli elenchi dei credendari e non si hanno testimonianze di una loro nomina a sapienti. Spicca la figura di Giovanni Turco, giudice al seguito dei podestà astigiani: nel 1278 compare a Mondovì come luogotenente del podestà Mellano Solaro. Ed emerge anche Guglielmo Turco, descritto come uomo feroce e vendicativo, il quale nel 1300, insofferente verso il governo guelfo, uccise per strada Emanuele Solaro, scatenando una nuova, cruenta fase di guerra civile. La sua responsabilità e il suo ruolo durante le lotte sono provate dal fatto che, una volta ristabilita la pace tra Asti e i De Castello (1309), a Guglielmo - unico del suo hospitium - fu ordinato di andare in esilio o a Cipro od oltrela Saona, ossia a nord della Borgogna, dove la famiglia aveva i propri banchi di pegno.

Il precoce insignorimento dei Turco fa presumere che la famiglia, al pari di tante altre, all'inizio del XII secolo esercitasse l'usura a livello locale, incrementando il proprio patrimonio con i proventi e con l'incameramento dei pegni. Al tempo dei primi disordini cittadini (e. 1270), i Turco iniziarono a operare all'estero, privilegiando la regione dell'attuale Belgio e in particolare le città di Valenciennes, Binche e Maubeuge. In queste località essi furono presenti fino al Quattrocento inoltrato. Le capacità finanziarie dei Turco li resero indispensabili ai conti di Hamaut come consiglieri e soprattutto prestatori: i mutui ingenti erano ricompensati con rendite, monopoli, diritti di riscossione di gabelle e perfino feudi. Nel corso del Trecento la famiglia gestì casane anche in Savoia (Ailly, Thonon, Sembrancher, Syon e Martigny) e mutuò di frequente denaro ai Savoia e al come di Namur (Fiandra).

Nel primo quarto del Duecento, i Turco risultavano signori o consignori di Serralonga, Neive, Barbaresco, Monfalcone, Sarmatorio e Manzano. Alla fine del secolo essi entrarono in possesso di Tonco e Frinco, loro parzialmente alienata dai Pelletta. Nel 1342 Antonio e Turchetto Turco acquistarono ancora una quota di Frinco dai Pelletta e il castello di Montemagno dal comune di Asti. Nel 1375 quello stesso Antonio Turco acquistò il castello di Mombercelli dagli Scarampi e l'anno seguente comprò Carmagna dal marchese Guglielmo di Monferrato e ne fu da lui infeudato. Oliviero Turco fu infeudato di Revigliasco dal marchese di Monferrato (1367), ma quando la località tornò sotto la dominazione del comune di Asti il Turco dovette restituirla. Nel 1431 Pietrino Turco fu investito di Quattordio da Filippo Maria Visconti. Un ramo della famiglia si stabilì nei Paesi Bassi (Hainaut) dove, nel 1337, Rolando Turco de Castello acquistò la signoria d'Iwuy. I suoi discendenti accrebbero il numero di castelli e infeudazioni in numerose località dello Hainaut.

 

PONTE  

Le attestazioni politiche di questa famiglia tra XII e XIV secolo sono piuttosto rare. Emerge solo la figura di Facino de Ponte, più volte credendario, iscritto alla matricola dei notai nel 1304 e legato all'ambiente del Capitolo della cattedrale. La partecipazione politica della famiglia si fece più consistente alla fine del Trecento, quando alcuni Ponte ricoprirono uffici comunali. Il personaggio di maggior rilievo fu Francesco, il quale nel 1386 fu credendario e sapiente di Asti, nonché podestà di Antignano. Molti anni dopo emerge la figura di Pietrine de Ponte, Gran maestro dell'ordine gerosolimitano tra il 1534 e il 1535.

Le attività economiche dei Ponte sono scarsamente osservabili fino all'ultimo quarto del Trecento. Tra gli anni Settanta e Ottanta, invece, divennero assidui finanziatori del vescovo di Asti. Tale frequentazione li mise in contatto conla Cunaapostolica di Avignone, dove alcuni membri della famiglia si trasferirono in qualità di mercanti e prestatori. Nel 1371 Giovanni e Simone de Ponte vi operavano, anche in società con Lorenzo Scarampi, e nel 1376 essi risultavano creditori della Camera apostolica per una cifra elevata. Nella stessa città, quattordici anni dopo, Corradino de Ponte ottenne l'incarico di procuratore delle esazioni, probabilmente come retribuzione di un mutuo concesso al papato, e ancora nel 1393 egli vi risultava proprietario di una casa e di una bottega. I Ponte furono anche presenti a Ypres, dove, verso il 1380, ottennero la concessione di un banco di pegno, per dodici anni, in società con Roero e Ricci. Non è da escludere un loro parziale radicamento a Rochefort, dove nei medesimi anni è attestato un Giacometto de Ponte chierico.

Giacomo e Antonio de Ponte acquisirono dai legati apostolici nel 1376 il luogo e il castello di Corveglia e nel 1378 quello di Vezza, entrambi appartenenti al vescovo di asti. Nel 1382 lo stesso Antonio ottenne da papa Clemente VII il feudo di Lombriasco, del quale fu nuovamente infeudato nel 1392, insieme al fratello Corradino, da parte degli Acaia. Nel 1395 Antonio e Corradino acquistarono Scarnafigi dal consortile dei signori di Barge. I loro discendenti Pietrine e Antonio, nel 1455, ottennero l'infeudazione di Castellero.

 

MAZZETTI 

Nella loro città d'origine i Mazzetti furono ricchi mercanti e prestatori di denaro. Nel catasto chierese del 1253 Guidotto Mazzetti denunciò cuoio e pellami in cui commerciava, una casa e vari crediti. All'estero la famiglia detenne un banco di pegno a Besancon tra il 1280 e il 1290 circa; successivamente un ramo della famiglia si stabilì, per motivi economici, nella Eresse (Savoia), dove furono presenti fino al Quattrocento. In epoca moderna i Mazzetti di Frinco ottennero per oltre un secolo il privilegio di battere moneta, ma ne vennero privati (1614) dal duca Carlo Emanuele I di Savoia per via delle svariate frodi e falsificazioni commesse.

Non si conoscono infeudazioni della famiglia fino al XV secolo, quando Paolo Mazzetti e i suoi fratelli acquistarono i diritti signorili su Isolabella e Valfenera dagli Isnardi (1437) e dai Turco(1442) e ottennero da Teodoro di Monferrato la consignoria su Saluggia (1440). Ancora nel 1442 Giovanni, Nicoletto e Domenico Mazzetti, insieme ai nipoti, acquistarono castello, terra e giurisdizione di Frinco dai Turco.