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La Cattedrale di Santa Maria Assunta e San Gottardo

La Cattedrale di Asti è uno degli esempi insigni del Gotico in Piemonte. Conserva però anche testimonianze preziose di Asti romana.
Si tratta, all’esterno, delle quattro statue di santi che impreziosiscono il portico Pelletta, cioè il monumentale ingresso posto lungo la fiancata sud della chiesa. Le statue, della metà del Quattrocento, furono scolpite utilizzando marmi di recupero di età romana. Un indizio evidente lo si può cogliere guardando il manto della statua di san Pietro all’altezza della spalla destra, dove si nota un’incongrua decorazione ad ovuli.
All’interno, accostate ai primi due pilastri entrando dall’ingresso principale (facciata ovest) vi sono due vasche battesimali (l’una databile al Mille, l’altra del 1229) poggianti su due grandi capitelli corinzi romani del I-II secolo d.C.capovolti, provenienti probabilmente dall’area del foro (cioè il sito di Sant’Anastasio).
Sempre all’interno, all’inizio della navata nord (quasi in corrispondenza della cappella Zoya), il fonte battesimale De Gentis (commissionato dall’arcidiacono Giacomo de Gentis nel 1468), è sorretto da nove colonnine in marmo orientale di età romana.
E pure di età romana è la base su cui poggiano queste nove colonnine, costituita da tre gradini in marmo concentrici e sovrapposti, di cui uno presenta un frammento d’iscrizione.

La Cattedrale, intitolata all’Assunta, è uno dei più bei esempi di edificio religioso gotico in Piemonte, ottima testimonianza del gusto artistico che contraddistingueva quest’area. Venne costruita su un’area romana, come hanno testimoniato gli scavi archeologici della zona del cimitero e che hanno messo in risalto anche le strutture e le fondamenta dell’antica chiesa di San Giovanni, che occupa il lato nord dell’isolato. Quest’area, dove forse era presente il tempio dedicato a Giunone, venne interessata ben presto da una serie di lavori architettonici che portarono prima alla costruzione della chiesa di San Giovanni, dove sono presenti le testimonianze più antiche, e poi alla costruzione della cattedrale dal sec. XI. Tra il 1295 e il 1350 venne innalzata la cattedrale attuale. Si tratta di una imponente chiesa orientata con l’abside ad est, a tre navate, a pianta latina: fino al 1710 mantenne anche internamente il suo aspetto gotico. Le pareti e le volte interne, molto probabilmente decorate con affreschi del XIII-XIV secolo (come si nota in alcuni ritagli emersi da recenti indagini) furono ridipinte e i costoloni della volte demoliti. Durante il Seicento vennero, inoltre, aperte tre cappelle sul lato nord. I capitelli decorati con motivi vegetali, zoomorfi, antropomorfi e grotteschi restano a testimonianza dei lavori effettuati nel cantiere gotico. Interessanti sono quelli raffiguranti san Giorgio che uccide il drago, il tradimento di Giuda e la favola latina della volpe e della cicogna. Di notevole interesse sono anche le tre fonti battesimali: due sono più piccole ed antiche con figure grottesche ed animali fantastici risalenti all’XI-XII secolo: i basamenti sono dei capitelli corinzi di riutilizzo; l’altra, posta all’inizio della navata nord, è una vasca di forma ottagonale decorata da testine angeliche e sostenuta da otto colonnine. Da notare lo stemma della famiglia De Gentis. La parte più antica del fabbricato della Cattedrale è la torre campanaria la cui costruzione viene fatta risalire alla prima metà dell’XI secolo. Esternamente la chiesa ha mantenuto il suo aspetto di cattedrale gotica. Sulla facciata sono presenti tre rosoni, il centrale di maggiori dimensioni, decorati con motivi geometrici e vegetali.

Tre erano gli ingressi: ora si è mantenuto solo quello centrale che presenta anche le decorazioni più importanti; le due ante della porta sono separate da una colonnina con capitello decorato con l’annunciazione a Maria e la visita ad Elisabetta. Ai lati del portone, a sinistra, è raffigurato Cristo in Maestà con angeli e una piccola scena del Giudizio Universale, seguiti da tre santi intervallati da palmette e da una scena rappresentante un giovane che sostiene un vecchio. Sul lato destro del portone è raffigurata l’Incoronazione della Vergine , seguita da tre santi analoghi a quelli sul lato sinistro: al termine si trova una raffigurazione di Sansone che lotta col leone. I due portali chiusi presentano invece decorazioni zoomorfe, antropomorfe e vegetali. 

Sulla piazza si apre un secondo ingresso, più recente di quello della facciata e fatto costruire dalla famiglia Pelletta durante i lavori della seconda cattedrale nella prima metà del XIV secolo: si tratta di una pregevole opera con sculture ebassorilievi di gusto francese. A sorreggere la struttura a doppio arco (il primo a sesto acuto e il secondo carenato, posto al di sopra del primo) una serie di colonnine in cotto e arenaria. Al termine delle colonne troviamo quattro sculture di santi in marmo, due per parte e raffiguranti, da sinistra, san Gerolamo, san Pietro, san Paolo e un santo vescovo (Bruningo?). Tra i due archi, decorati con motivi vegetali, si trova la statua in marmo della Vergine attorniata da testine angeliche: ai lati vi sono due medaglioni con la raffigurazione del Sole e della Luna. Sopra la Vergine una testina in arenaria, chiamata “la Madama Troja”, si affaccia da un’apertura circolare ad imitazione di una finestra. Al di sopra del portone ligneo, inserito all’interno di tre edicole, vi è un affresco raffigurantel’Annunciazione e Cristo nel sepolcro.  A nord della Cattedrale si trova la chiesa del san Giovanni, forse in origine prima cattedrale: oggi appare come una chiesa a navata unica con facciata barocca ma le sue fondazioni sono tuttavia molto antiche. Lo scavo archeologico che ha interessato quest’area, condotto recentemente, ha riportato in luce le antiche fondamenta e la planimetria dell’area: la chiesa doveva avere tre navate e un ulteriore portico a sud. Molto interessante è la cripta dove sono presenti colonne di epoca romana in porfido rosso. Tra il San Giovanni e la Cattedrale era sito il cimitero: indagato nel medesimo scavo archeologico che ha interessato la piccola chiesa, è risultato essere una delle più imponenti necropoli della città con centinaia di tombe che interessavano un arco storico che andava dall’alto al basso medioevo. Sepolture importanti, probabilmente di nobili o ecclesiastici, sono state anche ritrovate all’interno della chiesa. Lo scavo ha indagato fino allo strato romano riportando alla luce i resti di un pavimento a mosaico bicromo. Interessante è stato anche il ritrovamento di un cassone romano di riutilizzo.

A collegamento delle due chiese vi è un edificio conosciuto come il “Chiostro dei canonici”: costituito da un portico a due archi è sovrastato da un’ampia aula e affiancato da una struttura cava che ricorda per forma una torretta ma che in passato doveva svolgere la funzione di cappella. L’edificio è da far risalire probabilmente all’XIV secolo. Dietro all’abside si trova la sacrestia, fatta costruire durante il XVIII secolo.
La cattedrale conserva le carte dell’Archivio del Capitolo con documenti a partire dalla metà dell’VIII secolo.

 

INTERNO

Sposalizio della Vergine, post 1493. 

Navata sinistra, cappella di San Giuseppe o dello Sposalizio della Vergine
Eseguito su committenza della famiglia Cacherano, il dipinto fu collocato all’ inizio dell’Ottocento sull’altare proveniente dalla chiesa soppressa di S. Giuseppe (quest’operazione causò la perdita della cornice originale). Il dipinto è tra quelli più antichi dell’artista, che pur non rinunciando ancora al gusto decorativo della pastiglia dorata, ambienta la scena in uno spazio architettonico che trova riscontro nell’ambiente di influsso bramantesco. Oltre ai raffinati apparati decorativi che vedono, tra l’altro, i tessuti preziosi e la bella lumiera che pende dal soffitto, altra particolarità è la personale trattazione iconografica che attesta l’attenzione dell’artista e dei committenti ai temi della devozione mariana: al matrimonio della Vergine partecipano i genitori Gioacchino e Anna.

Cappella di San Giuseppe o dello Sposalizio della Vergine

Si tratta della terza cappella della navata settentrionale del duomo, la quale dal 1516 fu di patronato dei conti Cacherano di Villafranca, i cui discendenti ne promossero la ricostruzione a metà del Seicento. Intorno al 1728 la cappella divenne proprietà della famiglia Alfieri Curbis (qui fu sepolta la madre di Vittorio Alfieri). L’altare marmoreo con coppie di colonne tortili proviene dalla chiesa conventuale di San Giuseppe soppressa in età napoleonica, mentre sono ottocentesche le pitture con angeli e simboli della Passione e le decorazioni del sottarco e del prospetto.

Santa Parentela, San Dalmazzo, San Secondo, San Biagio e San Gerolamo e Pietà, 1501. 

Transetto destro, cappella dei Santi Gerolamo, Biagio e Filippo Neri
Il polittico è oggi inserito nell’altare barocco della cappella che, fino alla metà del Quattrocento, fu di patronato della nobile famiglia Pelletta. L’opera é composta dalla tavola centrale con la Genealogia della Vergine e della Santa Parentela, secondo un testo apocrifo trascritto sul dipinto stesso. Le tavole laterali rappresentano San Biagio e San Gerolamo, San Secondo e San Dalmazzo nella parte alta sormontata dalla lunetta con la Pietà. Il tema della Sacra Parentela, popolare tra il XV e il XVI secolo e legato soprattutto alla tradizione tedesca (il soggetto del triplice matrimonio di S. Anna sarà condannato dal Concilio di Trento) è presente in altre opere di Gandolfino (Casale Monferrato, Chiesa di Sant’Antonio; Grignasco, Chiesa di Santa Maria Assunta e Duomo di Torino, sacrestia). I dipinti mostrano legami con la cultura pittorica della Lombardia, in particolare la conoscenza dell’opera di Ambrogio Borgognone, ma anche l’intervento di collaboratori dell’artista. 

Cappella ss. Biagio, Gerolamo e Filippo Neri

Fu fondata nel XV secolo dalla nobile famiglia Pelletta. L’aspetto attuale risale all’ultimo decennio del Seicento, quando il Capitolo, su permesso degli antichi patroni, aggiunse la dedicazione a San Filippo Neri. Il polittico di Gandolfino fu allora smembrato e ricollocato sulla grandiosa macchina d’altare di legno dorato e dipinto, mentre la volta e le pareti accolsero gli affreschi di Salvatore Bianchi con l’Apoteosi di San Filippo Neri e fatti della sua vita. Nell’urna dell’altare si conserva il corpo del Beato Enrico di Comentina traslato nel 1801 dalla chiesa conventuale di S. Francesco. Il baldacchino che sormonta l’altare è dono del conte Amico di Castell’Alfero. Risalgono invece ai lavori degli anni 1892-1894, le figure della Fede e della Speranza e dell’Apostolo Tommaso dipinte da Roberto Bonelli.

Compianto sul Cristo morto, sec. XVI, primo decennio.  

Antisacrestia
La tavola potrebbe essere approdata in Cattedrale a seguito delle soppressioni napoleoniche dei complessi conventuali di Asti, da cui provengono gli altri dipinti esposti alle pareti di questo locale del duomo. La luminosità del paesaggio parte integrante di questa sacra rappresentazione e la posizione diagonale del Cristo si richiamano a modelli della pittura fiamminga, presenti ad Asti nel XV secolo grazie alle attività economiche intrattenute dai banchieri coi Paesi Bassi.

 

Madonna con Bambino in trono, tra San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista, San Pietro, San Paolo ed il committente Oberto Solaro, 1516 

Navata sinistra, altare di San Giovanni Battista 
Questa tavola, già depositata presso la vicina chiesa di San Giovanni, fu collocata sull’attuale altare marmoreo nel 1809, operazione che comportò la riduzione della cornice e la perdita dell’iscrizione che indicava la data del dipinto ed il nome del committente, l’avvocato e governatore di Govone Oberto Solaro. Quest’ultimo, ritratto inginocchiato ai piedi della Vergine, fu erroneamente indicato come banchiere. In onore al rango del Solaro, nella pala sono raffigurati manufatti tessili di lusso: il damasco dell’abito dell’ angelo musicante, il baldacchino di seta (ispirato ai modelli della pittura veneta) ed il tappeto del trono intessuto d’oro di fattura ispanico-moresca. Particolari raffinati sono i riflessi del vaso di garofani e del calice d’oro dell’ Evangelista.

Cappella di San Giovanni Battista

Già sepolcro della famiglia Laiolo dopo la metà del Trecento e intitolata a S. Stefano, la cappella fu riedificata tra il 1620 e il 1624 per il patrocinio dei conti Asinari di Casasco. L’aspetto attuale si deve alle modifiche dei due secoli successivi, ma si conserva la decorazione a stucco del sottarco. Gli affreschi sono del tardo Settecento, mentre l’altare marmoreo proviene dalla cappella del Crocifisso della soppressa chiesa conventuale di San Giuseppe e sostituì quello originale nel 1809.

Fonte battesimale, 1470-1480 

Il fonte marmoreo con vasca ottagonale proviene dalla vicina chiesa di San Giovanni  e presenta lo stemma del committente, l’arcidiacono Giacomo De Gentis. La vasca poggia su una fascia in cui volti umani e foglie si alternano allo stemma con il ramo con le tre ghiande, mentre i tre gradini circolari mostrano in più parti il reimpiego di marmi antichi: si veda l’iscrizione parzialmente leggibile sul primo dei gradoni riferibile alla lapide romana della tribù Pollia. L’arcidiacono De Gentis, tra gli esponenti più rilevanti del clero astese, promosse i lavori di ripristino degli edifici sacri del Capitolo di Asti.

Acquasantiere con stemma gentilizio della famiglia Mazzola, 1520  

Le due belle acquasantiere furono commissionate nel 1520 dall’esponente della famiglia Mazzola, preposito di Alba e canonico del Duomo di Asti, qualifiche riportate in uno degli esemplari assieme alla data di esecuzione. Le opere presentano richiami ai modi degli scultori fiorentini attivi nel Duomo di Torino.

 

Compianto sul Cristo morto, 1500-1502

Il gruppo scultoreo proviene dalla cappella dell’Ascensione o della Madonnina, di patronato della potente famiglia Malabaila che, parallelamente ai lavori promossi nella cappella di famiglia, promosse la costruzione del palazzo di Via Mazzini. I lavori in Duomo, finanziati verosimilmente da Alessandro Malabaila strettamente legato alla corte francese di Luigi XII, sono testimoniati da una lapide all’esterno della cappella. Il Compianto in terracotta policroma si ispira a sculture di area lombarda (le Deposizioni conservate nelle chiese del Carmine di Brescia e di S. Satiro a Milano), con ampio ricorso a parti calcate dal vero. Una mano e le gambe del Cristo vennero ricavate da calchi dal vero.